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Villa Roth: la storia

Villa Roth: la storia
Maila Daniela Tritto

Da villa gentilizia residenza di ricchi ebrei-svizzeri produttori di vino a simbolo della lotta al potere. Per diventare solo simbolo del degrado e della cattiva gestione del bene comune

Sono i numeri, alcuni numeri a raccontare la storia di una struttura che negli anni ha segnato il capoluogo pugliese.

1800.

Fine ottocento. È il periodo in cui viene fondata Villa Roth a Bari. Prima di accogliere i rifugiati, prima della sua occupazione (26 novembre 2011), molto prima che diventasse sede di un orto sociale e ospitasse eventi culturali era di proprietà dell’ex liceo Fermi. Un bene culturale tutelato dallo Stato dal 1990 non soltanto per le qualità architettoniche dell’edificio in stile neoclassico ma anche nell’essere una testimonianza del paesaggio suburbano che tra Otto e Novecento era punteggiato di ville signorili. Alcune di queste realizzate da imprenditori come i Lindemann, i Marstaller e proprio i Roth giunti dal nord Europa per impiantare qui nuove attività industriali. La famiglia Roth, proveniente dalla Svizzera, si era trasferita a Bari per produrre vino. Ma non furono loro a costruire quella villa che invece fu tirata su tra il 1878 e il 1886 da un altro straniero, un certo signor Fitz, il quale a sua volta aveva acquistato il suolo da un altro commerciante tedesco.

15.

Quindici. Sono gli anni in cui è rimasta abbandonata, fino a quando alcune persone hanno deciso di unirsi per renderla un luogo che rispondesse alle diverse esigenze. Ma alla base c’è un dato fondamentale: Villa Roth è frutto di autogestione e autorganizzazione.

8 marzo 2013.

È la data in cui viene approvato il decreto legislativo del 22 gennaio 2004 n. 42, che riporta il “Codice dei beni culturali e del paesaggio”. Con questo decreto è stato stabilito che Villa Roth è un immobile di “notevole interesse pubblico” (come viene spiegato negli articoli 136 e 157 del Codice). Situata nel quartiere San Pasquale di Bari la villa è una “pregevole costruzione ottocentesca” (riporta il documento) con un giardino che ospita alberi diversi: dai pini ai cipressi, dagli ulivi alle leguminose. Un simbolo dell’attivismo e della politica di Bari: luogo in cui ognuno ha potuto dire la sua. Grazie alle sue caratteristiche è stato trasformato in un orto sociale il 26 aprile 2012: col lavoro di alcune associazioni è diventato uno spazio in cui ognuno ha potuto coltivare il suo pezzo di terra. Il progetto dell’orto è stato presentato come una buona occasione per “estirpare gli scandali e la corruzione del potere della finanza internazionale e piantare i semi della buona politica”. Anni di abbandono non hanno permesso che la villa andasse in declino, la sua terra è rimasta fertile e resistente a tutto.

Ma prima di essere rivalutata, Villa Roth è stata occupata. Una struttura autogestita che ogni giorno ospitava appuntamenti di musica, cinema e letteratura. Era il 26 novembre 2011 e alcuni precari, studenti, senza fissa dimora, migranti, artisti e musicisti si sono organizzati per prendere possesso della struttura. Il motivo? “La necessità di avere una sede politica per le proprie assemblee, iniziative e la possibilità di organizzarsi per espandere il conflitto, perché la politica delle istituzioni non ci rappresenta”, così recitava il blog ufficiale. L’occupazione aveva diversi motivi: uno spazio che diventasse una casa, un luogo in cui fare politica e un’occasione per creare socialità.

Ma a qualcuno questo progetto stava scomodo: un’ordinanza di sequestro preventivo cambia le carte in tavola. Non più un’isola felice, ma il pretesto per rivendicare i diritti capeggiati dalle forze politiche (a quel tempo la Provincia era guidata dal presidente Francesco Schittulli). Arrivarono alle sette di mattina con il foglio stretto fra le mani, lo stesso che era stato firmato dal Gip del tribunale di Bari, Oliviero del Castillo.

Il motivo? L’occupazione abusiva della villa. La struttura era stata occupata da un gruppo di studenti, migranti e senza fissa dimora. Dormivano una quindicina di persone (anche studenti che avevano perso il diritto al posto letto in collegio), precari senza fissa dimora e migranti richiedenti asilo. La struttura era frequentata da circa 50 persone.

Ma la convivenza era diventata un problema fra gli occupati e il clima si era surriscaldato: una denuncia di aggressione. La vittima (un uomo di 48 anni) aveva prima ricevuto minacce e insulti, poi era stata circondata e colpita con calci e pugni da tre persone. Un episodio che ha messo in discussione la stabilità delle persone che fino a quel momento avevano trovato un rifugio. Un pretesto? Sicuramente l’occasione che ha dato al pm di far mandare gli agenti della Digos a sgomberare l’edificio.

Una pezza a colori da parte della ex Provincia che ne aveva rivendicato la sua proprietà. L’abbandono di una trentina di persone che ne avevano fatto una casa, o almeno un tetto sotto il quale ripararsi.

Maila Daniela Tritto

Luca Losito

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Maila Daniela Tritto

È nata il 25 ottobre 1987 a Venosa. Laureata in Scienze della comunicazione e in Informazione e sistemi editoriali all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Da sempre interessata ai Women’s Studies, ha scritto la sua tesi di laurea magistrale dal titolo: "Donne tra le lettere. Per una storia dell’editoria e dell’opinione pubblica nell’Europa moderna". Nutre una profonda passione per tutto ciò che riguarda la cultura: dalla letteratura al teatro, dal cinema alla fotografia. Ha scritto e scrive tuttora per alcune riviste specializzate nel settore culturale, come "ArtsLife". È inoltre interessata al giornalismo di moda. Per diverso tempo ha lavorato come editor e correttrice di bozze per una casa editrice di Milano.

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