Reportage

A Radio Capital, lo stage è con “l’accento”

A Radio Capital, lo stage è con “l’accento”
Bianca Chiriatti

Velocità, brevità, qualità, puntando alla professionalità: poche parole per racchiudere due mesi di formazione

 

Se dovessi racchiudere la mia esperienza da stagista nella redazione romana di Radio Capital in una sola parola, sarebbe “velocità”. Per rappresentare quello che ho imparato di più in questi due mesi, a pensare, ragionare, scrivere, parlare velocemente, e per la rapidità con cui è passato questo periodo di formazione.

Il primo giorno che ho messo piede a  Capital, nelle storica sede di Repubblica a Roma, sono stata immediatamente colpita da come tutto funzioni in maniera ancora “tradizionale”. Fermo restando che ho sempre ascoltato i loro giornali radio, e che ho sempre trovato la loro informazione di alta qualità, avendo vissuto dall’interno il loro modo di costruire la notizia, ho capito perché, secondo me, Capital è ancora una spanna sopra le altre radio. In un mondo dove si cercano ormai figure tuttofare, lì ognuno fa ancora il suo lavoro, la specifica mansione per cui ha studiato, e il risultato non può che essere ottimo. Il giornalista fa il giornalista, l’autore fa l’autore, il tecnico del suono fa il tecnico del suono, ognuno al meglio delle proprie capacità.

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Edoardo Buffoni e Vittorio Zucconi, caporedattore e direttore della testata giornalistica di Radio Capital

 

La giornata in redazione inizia molto presto, alle 5.30, quando arriva Jean Paul Bellotto, caposervizio, che coordina tutti i GR della mattinata. I pezzi che vanno in onda tra le 5.30 e le 8 sono quasi sempre registrati dalla sera prima; dalle 9 in poi comincia il vero e proprio lavoro in diretta, in cui eravamo coinvolti anche noi stagisti. La mattina si entra in redazione, si cominciano a leggere i quotidiani cartacei, i siti web principali, e si tiene sempre aperta sul computer la schermata delle agenzie, in tempo reale. Ogni ora, il giornale radio deve essere diverso, ricco di contenuti, di voci, quattro minuti che vanno riempiti di informazioni, non di chiacchiere. Si cercano storie curiose, testimonianze di personaggi influenti, gente da chiamare al telefono per farsi dare qualche informazione in più rispetto a ciò che si legge sui giornali. Ho imparato tantissimo, in questo senso, a non fidarmi di quello che trovo scritto, nemmeno sulla testata più autorevole. Il dovere del buon giornalista è quello di verificare, di farsi raccontare la storia dal diretto interessato, prima di diffonderla. La mattinata scorre veloce, fra telefonate, ricerche, interviste, sempre coadiuvati da tecnici del suono preparatissimi, e con tempi molto stretti: se alle 11.40 hai ottenuto finalmente la tua intervista, che deve andare in onda alle 12, non ci sono scuse, la si taglia e si monta in un batter d’occhio e si scrive il lancio per il conduttore il prima possibile, centrando il punto, evitando inutili giri di parole. Altrimenti, se non ci sono storie interessanti su giornali o siti web, si prendono registratore e microfono e si va in giro a cercare le notizie, per strada, fra la gente, in base ai temi scottanti del giorno.

Una veloce pausa pranzo, con un occhio al Tg1 delle 13.30 per eventuali voci di capi di Stato e personaggi illustri da riutilizzare, e nel frattempo in redazione arrivano Edoardo Buffoni, caporedattore, e Simona Bolognesi, la sua vice, in realtà colei che tiene in mano le redini di tutto il lavoro del pomeriggio e della prima serata (i giornali radio vanno in onda fino alle 21). La riunione di redazione è a porte aperte, così tutti possono ascoltare e dire la loro, ci si passa le consegne, si discute sugli argomenti da trattare. Nel pomeriggio si scrivono notizie, si va in studio a leggere i pezzi che andranno in onda il giorno dopo, santificando le lezioni di dizione del Master in Giornalismo, e nel frattempo si scambiano due chiacchiere con i colleghi, che lavorano lì da non meno di quindici anni, per cercare di carpire ogni segreto su questo mestiere. È una redazione variegata, e in due mesi ho imparato a conoscere le personalità di ognuno (e a scrivere il pezzo in maniera differente in base a chi, fra i miei colleghi “esperti”, doveva correggermelo).

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Uno degli studi da cui vanno in onda i programmi di Radio Capital

 

Simona Bolognesi è una donna forte, che pretende precisione e professionalità, ma sentirmi dire un “brava” da lei è stato il traguardo più grande raggiunto nel mio periodo di formazione. Jean Paul Bellotto e Andrea Lucatello sono due caposervizio esperti, amanti delle storie particolari, da quelle sugli animaletti dispettosi, alle strane ordinanze estive dei sindaci di tutta Italia. Lavorando con loro ho imparato ad asciugare il mio stile di scrittura, evitando orpelli e avverbi, inutili in un servizio di 40 secondi, e a individuare immediatamente la notizia, quello che interessa all’ascoltatore. Grazie ad Antonio Iovane, invece, posso dire di aver imparato a fare le interviste: l’ho osservato molto e quando è arrivato il mio turno di cercare di captare qualche informazione al telefono, sono riuscita a scucirla all’interlocutore con garbo, ma allo stesso tempo portandolo esattamente dove volevo io. Giuseppe Perrelli e Roberto Ciuti, della redazione sportiva, sono stati un po’ i miei “fratelli maggiori”, con cui ho avuto la possibilità di cimentarmi in argomenti che mai avevo toccato in vita mia, essendomi occupata quasi sempre e solo di musica e spettacolo. Ho fatto la mia prima diretta radiofonica dalla biglietteria della Roma, in occasione dell’ultima partita di Francesco Totti. Da quel giorno in poi, mi hanno dato fiducia in tanti modi, mandandomi al Coni a conoscere il presidente Mattarella, o al trofeo Settecolli a intervistare Federica Pellegrini. Davvero un bel traguardo, per una che a stento sa cosa sia un fuorigioco! Ernesto Manfrè, infine, è un po’ il filosofo della redazione: grazie a lui ho imparato velocemente a usare Barca, il programma di scrittura delle notizie, e Dalet, quello di montaggio. Il primo giorno ha avuto da ridire su come avevo scritto l’attacco di un pezzo, ma è riuscito a farmi capire con precisione la linea editoriale della radio, e dopo di lui nessuno mi ha mai contestato altro. Sua, poi, è una delle frasi più belle che mi siano mai state dette, non solo sul lavoro, ma nella vita in generale: «Sei giovane, puoi permetterti di avere paura».

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E anche se non sono proprio più giovanissima (ho compiuto 29 anni da poco), un po’ di paura ce l’ho, ora che è tutto finito. L’esame di stato da giornalista professionista è alle porte, e sappiamo tutti che inserirsi nel mondo del lavoro non è semplice. Però ritengo che quest’occasione che mi sia capitata, a Radio Capital, sia stata davvero importante per la mia formazione. Il giornalismo radiofonico mi ha dato un insegnamento a 360 gradi, ho imparato la velocità, la qualità, la varietà di temi, la brevità. Tutte parole con l’accento, lo stesso accento che spero di mettere in quella che, mi auguro, diventerà la caratteristica principale del mio lavoro: la professionalità.

Reportage
Bianca Chiriatti
@biancaberry88

Classe 1988, leccese, praticante giornalista. Attualmente iscritta al Master in Giornalismo di Bari, la sera mette via occhiali e iPad e si esibisce cantando nei locali con suo papà. Mancina, interista, logorroica, sogna di poter vivere parlando e scrivendo di musica e spettacolo, anche se per amore ha cominciato ad appassionarsi di tecnologia e innovazione. Già nello staff di TedxLecce e Medimex, sguazza con piacere nel mondo dei social network, specialmente di Twitter, grazie al quale si è guadagnata diverse ospitate in radio, la pubblicazione di un racconto e una tesi di laurea sul magazine Rolling Stone, redatta insieme a due critici musicali di Repubblica. Fra i suoi scheletri nell’armadio ci sono la paura degli insetti e un video su YouTube da più di un milione di visualizzazioni, in cui fa un’esibizione di cup song insieme a sua sorella Martina. Ah, occhio a parlare in inglese in sua presenza: è laureata in Lingue e spietata quando c’è da correggere una pronuncia.

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