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Ex ILVA: dall’Italsider all’ArcelorMittal

Ex ILVA: dall’Italsider all’ArcelorMittal

Taranto, 11 nov. 19 – Una vicenda lunga circa 60 anni, quella dell’ex ILVA di Taranto. La storia della più grande acciaieria del Mezzogiorno inizia nel lontano 1961 quando avviene la fusione tra le Acciaierie di Corigliano con l’ILVA (Alti Forni e Acciaierie d’Italia): nasce così l’Italsider, inaugurata ufficialmente a Taranto solo quattro anni dopo, nel 1965. Non solo il polo industriale più grande del sud d’Italia, ma anche quello in grado di fornire materia prima per soddisfare le sempre maggiori esigenze delle industrie del nord Italia e dell’intera Europa.

In breve tempo, lo stabilimento di Taranto diviene il fiore all’occhiello dell’industria italiana tanto da indurre anche l’allora Papa Paolo VI a recarsi nello stabilimento tarantino e celebrare la messa di Natale (1968). È negli anni ’80 che il periodo florido dell’Italsider inizia ad accusare i primi colpi: la grave crisi mondiale dell’acciaio investe anche lo stabilimento di Taranto e per questo da industria a capitale pubblico, il polo siderurgico diventa un’industria privata quando viene acquistata nel 1995 dalla famiglia Riva, con un processo di privatizzazione – definita dai critici “svendita” dell’Italsider – per appena 2500 miliardi di lire, a fronte di un valore dell’intero polo di almeno 4 mila.

Ma la vicenda più recente dell’ILVA, quella legata all’ambiente, inizia solo nel secondo decennio del 2000. È nel 2012 che il procuratore di Taranto Franco Sebastio scrive all’allora ministro dell’ambiente, al governatore della Puglia, al sindaco di Taranto e al presidente della provincia per ottenere una linea guida sulle procedure da mettere in atto per salvaguardare la salute dei tarantini: la perizia epidemiologica disposta dal gip Patrizia Todisco ha, infatti, dato risultati allarmanti mettendo in luce la situazione di forte inquinamento, soprattutto nel quartiere Tamburi costruito a ridosso della fabbrica.

Nello stesso anno, la procura tarantina dispone il sequestro dell’ILVA e mette sotto indagine il vertici aziendali accusati di “gravi violazioni ambientali”.

Sono più di 12mila gli operai, oltre l’indotto e le aziende appaltatrici, che all’epoca sono impiegate nell’ILVA: per tutelare la forza lavoro, viene varato il primo decreto Monti che permette all’azienda di continuare la produzione di acciaio nonostante i sequestri e i gli interventi giudiziari (Taranto continua a rappresentare una voce importante dell’economia non solo meridionale, ma italiana).

Nel maggio 2013, il gip Patrizia Todisco dispone un sequestro da 8 miliardi di euro: è tale il valore, secondo la procura, dei mancati investimenti della dirigenza Riva in materia di tutela ambientale; un sequestro che però viene annullato nel dicembre dello stesso anno dalla Corte di Cassazione e che permette allo Stato di commissariare l’azienda. Primo commissario a essere nominato è Enrico Bondi, poi affiancato da Edo Ronchi. Entrambi sono sostituiti, nel 2014, da Piero Gnudi e Corrado Carrubba ai quali, nel gennaio 2015, si affianca un terzo commissario Enrico Langhi dopo la firma di una legge creata ad hoc dal governo Renzi per permettere l’amministrazione straordinaria dell’ILVA.

Un anno dopo, subentra alla guida dello stabilimento di Taranto, la multinazionale franco indiana AcelorMittal: aggiudicandosi la gara pubblica per l’acquisizione dell’ILVA.

 

Michela Lopez

Simona Latorrata

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