Inchieste

Giornalismo più libero? Dateci più Ossigeno

Giornalismo più libero? Dateci più Ossigeno
Anna Piscopo

“Il mestiere del giornalista è come quello del pompiere: deve andare dove c’è il fuoco che brucia. Se scappa, è uno fa finta di fare il giornalista e rischia di mettere in pericolo chi lavora seriamente”: sono le parole di Alberto Spampinato, direttore dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione al “Forum delle giornaliste del Mediterraneo”.

Fratello di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso dagli uomini di Cosa Nostra in Sicilia nel 1972, Alberto ha fatto della libertà di stampa e del diritto di raccontare la realtà senza bavagli, il suo pane quotidiano. Già quirinalista dell’Ansa, ha fondato nel 2008 l’osservatorio che ha l’obiettivo di monitorare le minacce e gli abusi nei confronti degli operatori dell’informazione.

In Italia, dalla nascita di Ossigeno a novembre 2019 (i dati sono stati aggiornati in vista del “Forum delle giornaliste del Mediterraneo”) si contano 3999 minacce ai giornalisti. Verificate e classificate in dettaglio una per una e rese note con i nomi delle vittime, pubblicati sul sito web di Ossigeno.

Solo nell’ultimo anno nel nostro Paese le minacce sono state 399. L’osservatorio ne ha classificate 221: 116 uomini, 34 donne, 71 non definite. E in Puglia? Dall’inizio dell’anno sono stati minacciati otto giornalisti: sette uomini e una donna.

Dati elaborati con Infogram su fonti Ossigeno per l'informazione

Dati elaborati con Infogram su fonti Ossigeno per l’informazione

Dietro i numeri, le persone e i fatti. Che devono far riflettere. Le legislature cambiano, ma le leggi come quella sulle querele temerarie, non vengono approvate. Forse perché, ha detto Spampinato, “la politica non vuole rinunciare al fatto che si possa usare la querela come un’arma di intimidazione quando i giornalisti pubblicano cose che a loro non piacciono”. Con il rischio che i giornalisti, soprattutto i freelance che sono meno tutelati, si autocensurino. La disfatta del giornalismo.

Una conquista tuttavia c’è stata: grazie ad Ossigeno anche il sindacato e l’Ordine dei giornalisti hanno deciso di costituirsi parte civile nei processi, ma spesso – ha sottolineato Spampinato – rimane il preconcetto che il giornalista minacciato in fondo se l’è cercata. Poche garanzie dentro e fuori dalle redazioni. Perché spesso i primi a non fare squadra sono proprio i colleghi. Allora come difendersi? È di nuovo Spampinato che ha provato a rispondere:

“Bisogna fornire come cronisti, come redattori, direttori delle varie testate, un’informazione più ampia, completa e continuativa sulle minacce che colpiscono i loro colleghi e impediscono ai cittadini di conoscere tutti i fatti di pubblico interesse”.

In altre parole: dare un contesto ai fatti cercando di far comprendere ai lettori che non si tratta di episodi isolati, pensiamo al caso del direttore di “Campania notizie Mario De Michele, minacciato di morte lo scorso novembre a causa delle inchieste su alcuni Comuni campani sciolti per infiltrazioni della Camorra. Se hanno provato a togliere di mezzo un giornalista, è perché il suo lavoro stava minando gli interessi di qualcuno: dei mafiosi. Quindi qual è la notizia? Il giornalista minacciato dalla mafia o la mafia che in quel territorio fa affari con la politica? Il filo è sottile. Chi maneggia le parole e l’opinione pubblica lo sa. Spampinato l’ha definita la “tecnica” della disinformazione. Che non è solo di chi non legge o non ascolta tele e radio giornali, ma è anche dei giornalisti che, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per incapacità, omettono parti di informazioni, di contesti appunto. Facendo a pezzi una realtà già frammentata, per usare un’espressione cara a Papa Francesco.

Si fa presto a dire sentinelle o cani da guardia della Democrazia. Quando alle spalle non si hanno redazioni solide o contratti di lavoro dignitosi, parole come libertà d’informazione, diritti, sono utili solo a riempirci la bocca, a farci credere di non essere servi di nessuno. Tanto ai copia e incolla dei comunicati stampa o altro che si fanno stando seduti dietro comode scrivanie, ai “Sì direttore, la penso anch’io come lei”, non fa caso nessuno. L’importante è portare a casa il pane. Se si decide, invece, di lavorare da freelance, allora sì che si è liberi. Liberi e senza tutele. Ma diciamolo: oggi la bestia nera del precariato non risparmia più nessuno. Non parliamo poi del giornalismo d’inchiesta. Quello che “nobilita” il mestiere. Quello per cui se vieni colpito da una pallottola, o sei costretto a vivere sotto scorta, allora forse vali qualcosa. Per qualche giorno, poi cala di nuovo il sipario.

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Anna Piscopo
@annaeditoria

Appassionata di giornalismo radiofonico, con qualche esperienza come addetto stampa. Una laurea in lettere, a Bari, e una in editoria e giornalismo, a Roma. Non saprei vivere senza la poesia, il mare e il caffè. Amo unire con le parole mondi che sembrano distanti.

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