Inchieste

Giuliana Sgrena in “guerra” contro le fake news

Giuliana Sgrena in “guerra” contro le fake news
Michela Lopez

Una delle ospiti più attese della quarta edizione del Forum delle Giornaliste del Mediterraneo è stata Giuliana Sgrena. Cronista piemontese, ha scritto per Il manifesto dal 1988, per il mensile Modus vivendi dal 1997 e per il settimanale tedesco Die Zeit. Si è sempre occupata di questioni legate alla condizione femminile e al mondo arabo e ha avuto modo di realizzare numerosi resoconti da zone di guerra, tra cui Algeria, Somalia ed Afghanistan.

La storia e la carriera di Giuliana sono cambiate radicalmente il 4 febbraio 2005, quando venne rapita dall’Organizzazione del Jihād islamico, mentre si trovava a Baghdad, in Iraq, per realizzare una serie di reportage per il suo giornale. È stata liberata dai servizi segreti italiani il 4 marzo, in circostanze drammatiche che hanno portato al suo ferimento e all’uccisione di Nicola Calipari, dirigente dei servizi di sicurezza italiani (SISMI), che dopo lunga ed efficace trattativa la stava portando in salvo. La liberazione è avvenuta a fronte del pagamento di un riscatto di oltre 5 milioni di euro. Durante il trasferimento all’aeroporto di Baghdad, l’auto sulla quale viaggia la giornalista fu illuminata da un potente faro ed investita da una pioggia di colpi sparati da parte dei soldati statunitensi. Nicola Calipari, rimane ucciso sul colpo, raggiunto da un proiettile alla testa nel tentativo di proteggere la giornalista.

La scrittrice tutt’oggi sull’episodio più drammatico della sua vita afferma: “Ho conosciuto Nicola per 20 minuti, il tempo del tragitto in macchina, era una brava persona. Tra gli agenti segreti ci sono sicuramente brave persone, però non tutti lo sono. Tant’è che la vicenda della sua uccisione ha suscitato molti dubbi che riguardano anche servizi segreti. E’ solo uno dei tanti misteri italiani che non si è voluto chiarire”. Poi ha aggiunto: “Anche quando sono stata liberata, nel momento in cui mi sono resa conto di poter essere libera veramente si è scatenata un’altra tragedia, è stato il momento in cui è stato ucciso Nicola Calipari, quindi io non ho mai potuto essere contenta di essere libera. Il momento in cui avrei dovuto raggiungere la felicità è stato in realtà il momento peggiore”.

Al Forum però, Sgrena è arrivata per parlare principalmente di fake news: il suo nuovo libro, “Manifesto per la verità” fa una diagnosi impietosa, quasi crudele dei mali dell’informazione di oggi, soprattutto quando si parla di donne, di guerre, di migranti. Secondo la giornalista infatti: “Nessuno oggi ti garantisce la verifica dei fatti, nemmeno le agenzie di stampa. L’ideale sarebbe andare sul posto, anche se oggi non è così facile, soprattutto perché i giornalisti ormai sono un obiettivo molto bersagliato, da rapire per fare soldi. Se non si può andare sul luogo direttamente, si devono fare delle ricerche accurate. Bisogna prendere delle notizie che hanno una fonte certa e dare informazione sulla fonte. Inutile dire che bisogna evitare il copia e incolla da internet perché è fuorviante”.

Sgrena non crede nella verità assoluta, ma secondo lei bisogna andare in ogni situazione a cercare quel pezzo di verità che possiamo raccontare, senza dare niente per scontato. “Le verifiche non sono mai troppe – dice- purtroppo viviamo in un mondo in cui per social e web ci sono sempre e ovunque notizie false e si diffondono sempre più. Anche quando c’è una rettifica, il raggio di diffusione della rettifica sarà sempre minore, non attecchirà e non avrà la stessa visibilità della falsità”. Poi continua: “Ho vissuto sulla mia pelle una situazione particolare: da giornalista che fa informazione mi sono trovata ad essere io stessa una notizia e gli altri scrivevano su di me quindi ho potuto verificare quanta violenza e superficialità si usa nel raccontarle cose. Tanti colleghi estrapolavano una parola da una mia frase e ne cambiavano il contesto, travisando il significato. E questo fa molto male”.

La storica firma del Manifesto parla anche di televisione: “Vedo trasmissioni che presentano pezzettini di interviste per dimostrare solo quello che vogliono sostenere, per dimostrare le loro tesi. Io per prima lavoro per un giornale di parte, però quando andavo nei luoghi di conflitto, pensavo di trovare una situazione, facevo delle ipotesi e poi magari arrivavo lì e trovavo tutt’altra situazione. Quindi verificavo e se le mie idee non erano giuste le cambiavo. L’importante è mettersi sempre in gioco. Molti colleghi invece arrivavano con il pezzo già scritto e lo mandavano appena scesi dall’aereo. Non bisogna mai credere di sapere tutto. C’è sempre da imparare”.

La giornalista ha raccontato una serie di esperienze fuori e dentro le redazioni, di notizie drogate, di come ad esempio certe news non vengono date perchè ”se non ci sono immigrati nella tragedia, non ne vale la pena”. La guerra poi, potrebbe essere considerata la culla delle fake news. A partire dal cormorano nero della guerra del Golfo fino appunto alla guerra dell’Iraq, nata su una grande fake news ossia sulla falsa convinzione che Saddam Hussein possedesse armi di distruzioni di massa.

Uno dei fatti che più l’ha indotta a scrivere il libro fu l’arrivo degli americani a Baghdad e la famosa immagine scattata mentre buttavano giù la grande statua di Saddam Hussein: “Si sparse in giro per il mondo l’idea che gli iracheni fossero lì ad adorare e festeggiare gli statunitensi. In piazza in realtà c’eravamo solo noi giornalisti con i nostri collaboratori- dice Sgrena- subito dopo mi ha chiamata una radio italiana dicendomi “raccontaci dei festeggiamenti degli iracheni”, ho risposto: “La gente del posto non c’è, sono tutti chiusi in casa”.

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Michela Lopez

Classe 1993. Laureata in mediazione interculturale al dipartimento di lingue dell'Università degli studi di Bari "Aldo Moro”. Laurea triennale in inglese e tedesco, conoscenze basilari anche di francese e russo. La mediazione è l’essenza della comunicazione, sia a livello "interculturale" che a livello "intraculturale". Scavare e sperimentare sono le parole chiave del giornalismo, in particolare in questo momento storico. La mia idea di giornalismo è ripresa perfettamente nel film The Post: “The press was to serve the governed, not the governors". Appassionata di musica, spettacoli, cronaca e viaggi.

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