(Foto: Euronews)
Il presidente Usa spinge il primo ministro israeliano verso una tregua con Hamas (che il premier non vuole). Buon viso a cattivo gioco: Netanyahu risponde con la candidatura di Trump al premio internazionale per la pace
L’uomo che sta distruggendo gli equilibri del Medioriente a suon di bombe candida a premio Nobel per la pace un altro uomo, il più potente del mondo, che – quando non lo appoggia – comunque non lo ferma. Succede a una cena di quattordici uomini in giacca e cravatta su un lungo tavolo di legno lucido, nella Casa Bianca. I protagonisti di questa storia sono il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atterrato ieri a Washington per discutere la situazione a Gaza.
A piatti ancora splendenti, Netanyahu stupisce il suo amico Donald (e il mondo intero), con una mossa che al presidente Usa accarezza l’ego. Si allunga sul tavolo, sporgendosi verso Trump e gli mostra la lettera con cui l’ha candidato al premio Nobel per la pace. “Sta forgiando la pace nel momento stesso in cui parliamo – dice, accompagnando il gesto – in una regione dopo l’altra. Quindi voglio presentarti, signor presidente, la lettera che ho inviato al comitato del premio Nobel; la nomina per il premio della pace, che è ben meritato e tu dovresti ottenerlo”. Trump rimane piacevolmente sorpreso: “Molto significativo da parte tua, grazie Bibi”, è la risposta, senza ironia.
È vero, è piena di significato la mossa del capo del governo israeliano. Tanto più che la visita alla Casa Bianca è un gesto; significa: sono disposto a venirti incontro per raggiungere una tregua. E Netanyahu lo deve a Trump, dopo il supporto ricevuto nella guerra aerea contro Teheran, ancora in corso. Questa apertura, caldeggiata in modo non troppo implicito anche dal Capo di Stato di Israele Isaac Herzog, è ciò che Trump vuole adesso. Nelle stesse ore, infatti, a Doha, la capitale del Qatar, rappresentanti israeliani e rappresentanti di Hamas stanno discutendo la proposta di una tregua di 60 giorni elaborata da diplomatici statunitensi e qatarioti. Una tregua che sarà arduo raggiungere.
Se da una parte l’obiettivo dichiarato del premier israeliano è estinguere Hamas, infatti, dall’altra l’organizzazione islamica ha posto tre condizioni: che gli aiuti umanitari tornino a essere distribuiti dall’Onu (e non più della controversa Gaza Humanitarin Foundation), che Israele si ritiri da gran parte della Striscia, e che la tregua possa prolungarsi fino a diventare un cessate il fuoco.
Se l’accordo qataro-statunitense dovesse andare in porto, in cambio dei 60 giorni di pausa dai bombardamenti, Hamas dovrebbe restituire, in questi due mesi, alcuni dei 50 ostaggi israeliani – vivi e morti – che ancora detiene: 10 ancora in vita e 18 salme.