Il Senato ha approvato l’ultimo passaggio necessario per far diventare legge la riforma sulle carriere dei magistrati e Csm. La premier Meloni lancia la palla ai cittadini
La riforma della giustizia è legge, in attesa di un referendum popolare. Con 112 voti favorevoli, il Senato ha dato l’ok in quarta lettura all’approvazione del disegno di legge costituzionale che modifica carriere e strutture della magistratura. Per la premier Giorgia Meloni quella vissuta ieri è stata “una giornata storica”. Dello stesso avviso Marina Berlusconi, figlia di Silvio che questa riforma l’ha partorita, che l’ha definita appunto “una vittoria di papà”. Forza Italia ha sfilato per strada e ricordato il suo fondatore Berlusconi, festeggiando per il risultato raggiunto.
I voti contrari nell’ultimo passaggio della votazione parlamentare sono stati 59. L’opposizione ha protestato compatta, dal Pd al M5s passando per Matteo Renzi (astenuto), esponendo cartelli rossi con la scritta “no ai pieni poteri”. Trattandosi di una riforma costituzionale, per l’indizione di un referendum popolare di approvazione della legge è sufficiente che lo chieda il 20% dei parlamentari (in alternativa, 50mila elettori o 5 consigli regionali). A lanciare la sfida sul voto del popolo è stata tuttavia la stessa premier Meloni, consapevole che le norme in questo caso non prevedono nessun quorum da raggiungere e che servirà soltanto superare i voti per il “no”. Sottolineando che, anche in caso di sconfitta, il risultato non condizionerà la caduta del Governo.
COSA CAMBIA
Entrando nel merito del testo legislativo, tra le novità proposte c’è la separazione all’origine e irreversibile delle carriere dei magistrati tra funzione giudicante e quella requirente, oltre ad una conseguente suddivisione del Consiglio superiore della magistratura (Csm), l’organo di autogoverno che decide su questioni di disciplina e carriere. Da ultimo ci sarebbe l’istituzione dell’Alta corte di disciplina, unica per entrambi i Csm.
Secondo la disciplina vigente, il magistrato che ha superato con profitto il concorso unico nazionale ha possibilità di scegliere quale funzione, tra requirente e giudicante, esercitare. Conserva inoltre, per una solta volta nella sua carriera, la possibilità di passare dall’esercizio di una funzione all’altra. Una facoltà che ad oggi è esercitata tra lo 0,20% e lo 0,80% dei casi. Proprio questo è uno dei punti al centro della riforma promossa dal Governo italiano insieme alla separazione dei Csm. Nello specifico, la novità attiene ai criteri di nomina dei componenti per questo organo: un terzo sarà estratto a sorte da un elenco di professori e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune, i restanti due terzi, rispettivamente, saranno selezionati tra i magistrati giudicanti e requirenti. La presidenza resterebbe affidata al Presidente della Repubblica.