L’organo è stato dirottato a Bergamo ed ha salvato un altro piccolo paziente
Per il bambino a cui è stato trapiantato un cuore danneggiato, e dopo il rifiuto dei medici per un secondo intervento, si apre una nuova fase: un percorso terapeutico che prevede l’alleviamento delle sofferenze, senza ricorrere all’eutanasia che è ancora illegale.
Ci vuole un cuore grande
“Abbiamo preso questa decisione – ha spiegato la madre del piccolo ai giornalisti – dopo essere stati del medico legale che ha visionato la documentazione e ha detto che la cosa più umana da fare è ora chiedere questa procedura”. “Il medico legale – ha aggiunto Petruzzi – ci ha anche detto che non serve chiedere ancora dei pareri a ospedali all’estero”.
Come precisato dall’avvocato della famiglia “tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato”. È stato lo stesso legale a mandare una Pec all’ospedale Monaldi di Napoli, dov’è ricoverato il bambino, per richiedere la pianificazione condivisa delle cure (pcc), sottolineando però che “non è l’eutanasia ma evita gli accanimenti terapeutici e passa tutta la terapia clinica dalla guarigione all’alleviamento delle sofferenze”.
“Nella documentazione che mi hanno mandato dall’ospedale – ha concluso l’avvocato – ho notato che il primo parere del gruppo multidisciplinare è stato fatto il 6 febbraio, 45 giorni dopo il trapianto del cuore che non ha funzionato”. La decisione finale di rifiutare il secondo trapianto, quindi, si è poggiata su un parere già precedentemente consolidato.
Il cuore destinato al piccolo è stato donato a un altro bambino, a Bergamo, in cima alla lista d’attesa. Adesso è salvo. L’intervento, eseguito nella notte del 18 febbraio, è riuscito. Il cuore ha ripreso a battere nel corpo del piccolo destinatario, salvo grazie ai medici del Papa Giovanni XXIII.